| 

Sfogliatella napoletana: origine e storia vera

Il segreto di clausura che si compra al banco. La sfogliatella, la monaca, il furto in bottega e quello che le carte dicono davvero.

Il mito: cosa ci raccontano

Una pasticceria di Napoli, il banco di vetro, la signora davanti a voi che chiede «due ricce» con la naturalezza di chi ordina il pane. Il commesso, notati lo zaino e la mappa spiegata sul bancone, passa dal napoletano alla modalità aneddoto e vi consegna il sacchetto, già trasparente di strutto: «Lo sa che la sfogliatella non è nata qui?».

Non è nata qui, vi spiega, ma su una scogliera della Costiera Amalfitana, a Conca dei Marini, nel monastero di Santa Rosa. Siamo nel Seicento, «quattrocento anni fa» dicono le schede. Una suora di clausura (Clotilde per certi siti, senza nome per altri) trova in cucina della semola cotta nel latte, avanzata dal pranzo. Per non buttarla la mescola con ricotta, frutta secca e un po’ di limoncello e la chiude in una pasta di vino bianco e strutto, piegata a cappuccio da monaco. La badessa assaggia, approva, e il dolce prende il nome del convento: Santarosa, con crema e amarena, da rifare ogni 30 agosto.

La ricetta resta dietro le grate per un secolo e mezzo, o per due, a seconda di chi racconta. Poi arriva Pasquale Pintauro, con la bottega in via Toledo: nel 1818, o all’inizio dell’Ottocento, o verso il 1800. Come la ricetta gli sia arrivata, il racconto si divide: da una zia monaca, dalle suore di un convento napoletano, per furto. Pintauro toglie crema e amarena, assottiglia la pasta, la arrotola e la taglia a fette: nasce la riccia. La frolla, liscia e rotonda, è la sorella pigra.

È una storia senza una crepa: una scogliera, una monaca, un avanzo virtuoso, un furto e un lieto fine con lo zucchero a velo. Non può essere smentita, perché i testimoni sono tutti morti e i registri nessuno li cita. Il commesso la racconta bene perché, a metà racconto, di solito il turista compra una seconda sfogliatella.

L’archeologia: cosa c’era davvero

Si scava dal più recente al più antico, con una pala sola: la carta. Nessun collega, dalla ricerca in rete, risulta aver scritto della sfogliatella: i testimoni sono pagine di istituzioni, di turismo e di cucina, quasi nessuna con un documento in mano.

L’elenco. In cima c’è l’elenco ministeriale dei prodotti agroalimentari tradizionali: nella dodicesima revisione (decreto del 7 giugno 2012) la Campania ha due voci vicine, la n. 328 «sfogliatella» e la n. 329 «sfogliatella santa rosa». È un inventario, non una denominazione protetta: registra che il dolce esiste, non chi lo ha inventato.

La Regione. La scheda della Regione Campania (aggiornata al 29 agosto 2019) è la versione ufficiale del mito, e già qui si incrina: la scintilla non è un avanzo di semola ma l’errore di una monaca nelle dosi di un biancomangiare; intorno al 1800 la ricetta approda a un’osteria del centro di Napoli. Nessuna fonte, monaca e badessa senza nome.

Pintauro, quattro date. Il 1818 compare nella voce inglese di Wikipedia, in Gambrinus (2017) e in Napolike; per Dissapore e Localidautore è «l’inizio dell’Ottocento»; per la Regione, «intorno al 1800»; Scatti di Gusto chiama il 1818 una leggenda priva di fonti. Poi c’è l’insegna: la pasticceria porta oggi nel nome il 1785, e Fanpage, che ripete «dal 1785», data nella stessa pagina al 1819 l’apertura in via Toledo. Anche il mestiere cambia (oste o pasticciere) e il modo in cui la ricetta arrivò: una zia monaca, le suore di un convento, una figlia novizia, oppure «da chiarire».

La monaca. Clotilde per Gambrinus (2017), Aleteia (2020) e termcoord.eu; senza nome per Atlas Obscura, per la Regione e per Nuvo Magazine. L’ordine: benedettino per termcoord.eu, nessuno per le pagine del monastero. Tre identità possibili e nessun registro.

Il monastero. Esiste, ed è la cosa più solida. Secondo il sito dell’albergo che oggi lo occupa e il portale unescoamalficoast.it, fu costruito da suor Rosa Pandolfi accanto alla chiesa di Santa Maria del Grado, ricevuta in dono nel 1679, portato a termine nel 1681, dedicato a Santa Rosa da Lima e soppresso nel 1866. Il guaio è l’aritmetica: il «1600» delle schede precede il convento di ottant’anni. Meglio il Settecento, come scrivono Dissapore e Napolike; ma allora il segreto di «un secolo e mezzo» non torna con un’uscita attorno al 1800. Nessuna pagina cita un documento sulla sfogliatella.

Più sotto. Un blog segnala una sfogliatella a Napoli verso il 1700, nel monastero della Croce di Lucca, senza fonte; termcoord.eu cita una menzione in Scappi (1570), non verificata. Nel Cuoco galante di Corrado (sesta edizione, Napoli 1820, testo digitale) la ricerca di sfogliatelle dà esito negativo. Il primo documento che regge è, per ora, di seconda mano: Salvatore Iacolare (RiDESN, 2023) segnala nei menu della Cucina casereccia di Cavalcanti, edizioni 1844-1849, nel lunedì della Settimana Santa, «sfogliatelle de ricotta» e «sfogliatelle de sciuruppata». Il testo letto in rete è guasto: non si sa in quale edizione né di quale pasta. Dicono che il nome girava a Napoli negli anni Quaranta dell’Ottocento, non che venisse da Conca dei Marini.

Riccia, frolla, strutto. Per la frolla Napolike e Tavolartegusto danno Pintauro; Scatti di Gusto un certo Carraturo, a Porta Capuana, una quarantina d’anni dopo. Le ricette moderne concordano sul vincolo: la riccia vuole lo strutto, non il burro, e una pasta dura tirata sottilissima. Il segreto, a leggere le ricette, è il lavoro: ore, mani, grasso.

Quanto è solido quello che ti ho appena detto

  • Documentato: le voci «sfogliatella» (n. 328) e «sfogliatella santa rosa» (n. 329) fra i prodotti tradizionali della Campania (elenco ministeriale, 2012), senza storie. La scheda della Regione Campania racconta l’origine senza fonti. Le pagine lette divergono su ogni punto, e nessuna cita un documento sul dolce anteriore al 1844.
  • Si dice: che il monastero sia stato completato nel 1681 e soppresso nel 1866 (due siti di seconda mano); che Pintauro abbia venduto la sfogliatella nel 1818; che la ricetta gli sia venuta da una zia monaca; che il nome compaia nei menu di Cavalcanti 1844-1849 (Iacolare, testo guasto).
  • Si racconta: la monaca che sbaglia le dosi o trova la semola avanzata; Clotilde; la badessa e la festa del 30 agosto; il segreto di un secolo e mezzo; il furto dal ricettario; la frolla per chi aveva male ai denti; il 1785 come data di nascita.
  • Non lo sappiamo: se le monache di Santa Rosa abbiano mai fatto una Santarosa, e quando; la prima ricetta a stampa; se la Santarosa venga prima della riccia; se Pintauro fosse oste o pasticciere; chi ha inventato la frolla; che cosa fossero le sfogliatelle di Cavalcanti.

La filosofia: perché ci crediamo

Al banco di una pasticceria, davanti al vassoio, nessuno chiede la prova dell’anno. Basta che la data sia scritta da qualche parte: una data è una garanzia che non si assaggia, e «dal 1785» funziona come «DOP» senza passare dal disciplinare. Gli storici chiamano questo meccanismo invenzione della tradizione: una pratica recente si veste di un passato lungo, perché il passato lungo ispira fiducia, e la fiducia si vende. Qui il vestito è doppio: il convento dà il sacro, la clausura dà il segreto. Il sacro rassicura sull’origine, il segreto sul prezzo.

Notate la furbizia dell’ingranaggio. Un segreto che si racconta a tutti è il miglior alleato del venditore: avverte il cliente che esiste un sapere speciale e che sta nella bottega, non in casa sua. La ricetta rubata fa il resto: il ladro è un eroe, ha portato in città ciò che era dietro le grate. Non occorre credere alla storia, occorre raccontarla.

Se però mi tolgo il cappello di chi ha studiato filosofia e metto il grembiule, la domanda è un’altra: che cosa viene rubato, esattamente, quando si ruba una ricetta? Gli ingredienti stanno in una riga e tutte le pagine li elencano. Quello che nessuna pagina dà è il gesto: quanto sottile si tira la sfoglia, quanto strutto si mette, quanto stretto si rotola. È sapere tacito, e non si ruba: si impara con le mani, in ore e settimane. E allora, se il segreto è nelle mani, in che senso la ricetta era «segreta»? E se il segreto è il lavoro, perché serviva una clausura per custodirlo? Chi ci guadagna è facile da dire: la pasticceria ottiene una genealogia, la Costiera una firma monastica, la Regione un prodotto con un’anima. Il segreto, nel marketing, è il brevetto dei poveri: costa meno dell’avvocato e funziona meglio.

Dalla teoria ai fornelli

Il mito dice che il segreto era la ricetta; le ricette dicono che il segreto è il lavoro. Nel libro mi propongo di misurarlo: spessore della sfoglia, giri, grammi di strutto, minuti, e un riposo breve contro uno notturno. Intanto la riccia si può fare: dosi di partenza e passaggi sono nella ricetta della sfogliatella riccia.

Questo articolo fa parte di una ricerca sulle origini dei piatti simbolo della cucina italiana, che sarà pubblicata in futuro. Qui ne trovi una sintesi: i documenti, le fonti e i confronti completi saranno nella pubblicazione.

Fonti e bibliografia

Apparato sintetico: le fonti complete e i confronti saranno nella pubblicazione. Le pagine web citate sono state lette in linea, in parte per estrazione del testo; nessun documento d’archivio è stato consultato.

Letture di riferimento

  • R. Romano, A. Aiello, L. De Luca, A. Acunzo, I. Montefusco, F. Pizzolongo, «Sfogliatella Riccia Napoletana: Realization of a Lard-Free and Palm Oil-Free Pastry», Foods 10(6), 2021, 1393.
  • Regione Campania, scheda Sfogliatella nei «Prodotti tradizionali» (aggiornata al 29 agosto 2019).
  • Decreto MiPAAF 7 giugno 2012, dodicesima revisione dell’elenco nazionale dei prodotti agroalimentari tradizionali (consultato in copia).
  • V. Corrado, Il cuoco galante, sesta edizione, Napoli 1820 (testo digitale di E. Mori; consultato per ricerca di parola).
  • Sito del Monastero Santa Rosa (storia) e portale unescoamalficoast.it (scheda Convento di Santa Rosa).
  • S. Iacolare, «La Cucina casereccia: un’appendice dialettale alla Cucina teorico-pratica di Ippolito Cavalcanti», RiDESN I/2 (2023), pp. 149-205 (tabella a p. 167).

Da dove vengono i fatti

Quasi tutto viene da fonti secondarie: siti di turismo e di cucina, stampa, schede istituzionali, un articolo scientifico sulla riccia e un articolo sui menu di Cavalcanti. Per il racconto della monaca e di Pintauro: Gran Caffè Gambrinus (2017), Atlas Obscura, Aleteia (2020), Scatti di Gusto, Dissapore (2017), Napolike, Joe Pastry, termcoord.eu, Fanpage. Per le ricette moderne: Tavolartegusto e Dissapore. Sul monastero (1679, 1681, 1866) il sito dell’albergo e unescoamalficoast.it, che sono secondarie e forse dipendono dalla stessa fonte comunale. Nessuno dei documenti che contano (archivi del monastero, atti notarili di Pintauro, ricettari anteriori al 1844 letti sull’originale) è stato ancora aperto: li aspetta la pubblicazione.

Articoli simili