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Strozzapreti: origine del nome e storia vera

Un prete ingordo, tre contadini arrabbiati e nessun documento.

Il mito: cosa ci raccontano

Sedetevi in un’osteria di campagna tra Faenza e Lugo, di quelle dove la tovaglietta di carta fa da menu e da catechismo. In fondo all’elenco dei primi c’è una didascalia che ormai fa parte dell’arredo: strozzapreti, la pasta che strozzava i preti. La cameriera l’ha raccontata cento volte e ve la serve insieme al piatto, con lo stesso gesto con cui offre il parmigiano.

La prima versione è la più innocente: il prete di campagna, goloso e invitato ovunque, si serve da solo e inghiotte senza masticare. La seconda ha il sapore di una rivendicazione. Nello Stato della Chiesa la decima si paga in natura e il parroco porta via le uova, che sono moneta e proteina insieme. La azdora, la massaia romagnola, non può protestare: farà una pasta senza uova, solo acqua e farina, e mentre la stringe tra i palmi augurerà al prete di strozzarsi con le sue stesse uova. Poi lo servirà a tavola, naturalmente, perché l’ospitalità è sacra anche con il nemico. La terza è per chi non ama il sangue: il nome verrebbe dalla forma, il cordone torto a mano che somiglia al collare del clero, o a un laccio.

Tre versioni, un solo vizio: arrivano con il colpevole già impacchettato e senza il documento. In tutte il prete è la vittima del proprio appetito e il contadino l’eroe del mestolo. Il parroco, a ogni modo, è invitato alla sagra. Mangia, per la cronaca, due volte.

L’archeologia: cosa c’era davvero

Si scava dal più recente al più antico.

Una parola, molte paste. Prima di chiedersi chi abbia strozzato chi, conviene capire di quale pasta parliamo. Il vocabolario Treccani registra strangolapreti come nome di due tipi di pasta fatta in casa: al Sud, di solito, gnocchi di patate, in genere senza uova; al Centro e in qualche zona del Sud una pasta di acqua e farina, «a volte con uova», allungata, che in Toscana è strozzapreti e in Umbria strangozzi. Oretta Zanini De Vita, nella sua Encyclopedia of Pasta (2009), mette sotto la stessa voce impasti d’acqua e farine diverse, ma anche di pane o di patate. Già qui la leggenda dell’uovo rubato scricchiola: le storie che tolgono l’uovo spiegano una pasta, non una parola.

Il Novecento. Il gastronomo romagnolo Graziano Pozzetto, nella Cucina romagnola (1995), propone secondo chi lo cita due letture: la pasta è così sazia che persino un prete, gran mangiatore, potrebbe soffocarne; oppure il nome viene dal gesto con cui la azdora «strozza» le strisce di sfoglia. Lo cito da un sito, non ho il libro. Nessuna delle due parla di decime. La storia delle uova la trovo dove si vende: la pagina di un molino romagnolo del 2020 la dà come tradizione, Fine Dining Lovers nel 2021 la presenta con un «some argue». Nessuna indica un documento, e io non ne ho trovato uno in cui un parroco romagnolo si faccia consegnare le uova dalle massaie. La decima era una quota dei prodotti della terra; ma tra una quota del raccolto e le uova della signora Maria passa la distanza che separa la fiscalità dalla barzelletta.

L’Ottocento: Belli. Il testimone più antico con data certa che ho trovato per la forma strozzapreti è un poeta romano. Il 16 novembre 1834 Giuseppe Gioachino Belli, nel sonetto La scampagnata, mette in tavola degli strozzapreti cotti col sughillo; il verso lo leggo citato da Wikipedia e da un blog, non sull’edizione dei Sonetti. Secondo chi lo riporta, il poeta si chiede poi perché si dica che strozzino i preti, visto che i preti ne mangiano in quantità e stanno benissimo. Nel 1834, a Roma, il nome chiede già una spiegazione, ed è già una presa in giro dell’appetito del clero. Non ci sono la azdora e le uova: c’è un prete che mangia. È la prima delle tre versioni, la più antica che si possa datare.

Il Cinquecento: la traccia è napoletana e siede a una tavola regale. Qui lo scavo cambia segno. Le Historie di Giuliano Passaro, cronista napoletano (pubblicate nel 1785 da Vincenzo Maria Altobelli), raccontano il banchetto offerto a Castel Capuano il 6 dicembre 1517 per le nozze per procura di Bona Sforza con Sigismondo di Polonia, e nel menu trascritto compaiono gli «strangola preiti». Lo riferisce Lejla Mancusi Sorrentino su Civiltà della Tavola (n. 278, gennaio 2016), che li dice gnocchi, ancora oggi popolari a Napoli con lo stesso nome. Chiara Coluccia, in un saggio del 2022, mette la forma fra i lemmi gastronomici dei testi napoletani anteriori all’Ottocento e ricorda che la cronaca è datata in modo incerto, fra il 1510 e il 1527. Se le date reggono, la parola esiste tre secoli prima di Belli, a Sud, su una tavola di principi, e indica a quanto pare un gnocco, non un cordone romagnolo. Non prova che la leggenda romagnola sia falsa; prova che non può essere l’atto di nascita del nome.

Il Trentino e il Concilio. A Nord strangolapreti sono un’altra cosa: gnocchi di pane raffermo, spinaci, uova e grana, burro e salvia. Il racconto lega il nome al Concilio di Trento (1545-1563) e ai prelati a banchetto. I siti che lo ripetono scrivono che il nome «sembrerebbe risalire» al Concilio, senza citare un ricettario o una carta.

Resta il bilancio. La traccia più antica del nome è più vecchia della leggenda che lo spiega e più meridionale; la pasta, invece, cambia a ogni valico. Il prete, in compenso, ha il merito di essere stato strozzato per cinquecento anni di barzellette senza mai morire.

Quanto è solido quello che ti ho appena detto

  • Solido. Il nome «strangola preiti» compare nel menu del banchetto napoletano del 6 dicembre 1517, nella cronaca del Passaro, secondo la trascrizione di Mancusi Sorrentino (2016) e il lemmario di Coluccia (2022); la cronaca è datata in modo incerto, fra il 1510 e il 1527. Il vocabolario Treccani registra strangolapreti e strozzapreti come nomi di paste e gnocchi diversi, con e senza uova.
  • Probabile. Che la leggenda romagnola delle uova non sia l’atto di nascita del nome, e che l’ironia sull’appetito del clero sia più vecchia di Belli. Una probabilità, non una prova.
  • Debole. Il verso di Belli, noto solo in citazione, da riscontrare sull’edizione dei Sonetti. Le due letture di Pozzetto, che non ho letto nel libro. La corrispondenza fra gli strangola preiti del 1517 e le paste di oggi: è un’ipotesi non verificata.
  • Non dimostrato. La decima in uova e la azdora che augura la morte al parroco. Il Concilio di Trento e gli gnocchi dei prelati. Il collare del clero come modello della forma. Chi ha coniato il nome, dove e per quale pasta. Se Artusi (1891) e i ricettari ottocenteschi ne parlino: non ho potuto leggerli.

La filosofia: perché ci crediamo

La domanda di chi ha studiato filosofia è semplice: perché ci piace tanto una vendetta fatta con la farina? Perché è la più economica che esista. Costa un sacco di pasta e non richiede un solo atto di coraggio. Eric Hobsbawm e Terence Ranger, nel 1983, chiamarono «invenzione della tradizione» le usanze che sembrano antiche e sono costruite per dare a un gruppo una storia di cui andare fiero. Qui la storia è: noi, poveri, siamo stati derubati dal clero e ci siamo vendicati in cucina. È perfetta per una sagra, perché non offende nessuno dei presenti: il prete del racconto è lontano, e quello di oggi è invitato.

Un’osservazione più sottile mi viene dall’ospitalità come rito apotropaico. Chi dà da mangiare al potente lo fa anche per tenerselo buono: il pasto è un rito di scongiuro. Augurare al commensale di strozzarsi mentre gli si porge il piatto è l’altra faccia dello stesso rito, il malocchio con il tovagliolo. È una mia ipotesi, non una fonte.

Il cuoco, intanto, mette la mano in tasca e tira fuori la tesi della mia ricerca, che qui regge soltanto a metà. Il vincolo materiale c’è: acqua, farina, due palmi. Ma l’uovo non è il vincolo, perché la stessa parola copre paste con e senza uova. E il nome, la cui traccia più antica che ho trovato ha cinquecento anni ed è napoletana, non discende da un vincolo: discende da una battuta. A volte l’origine di un nome è semplicemente una risata che ha trovato posto a tavola. Resta una domanda da mestiere, che nessuna ricetta risolve: il numero c’è (un impasto duro, la metà del peso della farina in liquido), ma il momento in cui la striscia è giusta lo sa solo il palmo.

Dalla teoria ai fornelli

Il capitolo della ricerca trasforma la barzelletta in un esperimento: due impasti con la stessa farina e lo stesso liquido in peso, uno con acqua e uno con uova, cotti uno accanto all’altro. Il diario di prova è ancora da compilare. Intanto, nella ricetta degli strozzapreti fatti in casa trovi le dosi di partenza, il gesto e la variante con le uova, per fare il confronto a casa tua.

Questo articolo fa parte di una ricerca sulle origini dei piatti simbolo della cucina italiana, che sarà pubblicata in futuro. Qui ne trovi una sintesi: i documenti, le fonti e i confronti completi saranno nella pubblicazione.

Fonti e bibliografia

Letture di riferimento

  • Oretta Zanini De Vita, Encyclopedia of Pasta, 2009, voce «Strangolapreti, Strozzapreti».
  • Chiara Coluccia, «Cibo e dialetto. Lessicografia napoletana ottocentesca e lessico gastronomico antico», Studi di Lessicografia italiana XXXIX, 2022.
  • Lejla Mancusi Sorrentino, «Il banchetto nuziale di Bona Sforza», Civiltà della Tavola n. 278, gennaio 2016.
  • Graziano Pozzetto, La cucina romagnola, Franco Muzzio, 1995 (citato di seconda mano).
  • Maria Pia Timo, La Vespa Teresa. Ricette e storie di donne di Romagna, LT, 2015 (citato da Wikipedia, non letto).
  • Eric Hobsbawm e Terence Ranger (a cura di), The Invention of Tradition, 1983.

Da dove vengono i fatti

Quasi tutto quello che ho riportato viene da fonti secondarie trovate in rete. Non ho letto i libri di Pozzetto e di Zanini De Vita (conosco quest’ultimo da un’anteprima), né la cronaca del Passaro, né i Sonetti di Belli: li conosco attraverso articoli, estratti e citazioni. Su Artusi non ho potuto controllare il testo integrale. Le pagine di aziende e di ristoranti che raccontano la leggenda non citano documenti. Le fonti online principali:

  • Civiltà della Tavola n. 278, gennaio 2016, Lejla Mancusi Sorrentino: menu del banchetto del 6 dicembre 1517.
  • Chiara Coluccia, estratto di Studi di Lessicografia italiana XXXIX, 2022: il lemma «strangolapreiti» nel lessico del Passaro.
  • Vocabolario Treccani, voce «strangolapreti».
  • Wikipedia in italiano, voce «Strozzapreti», e un blog, per il verso di Belli.
  • Three Monkeys Online, per le due letture di Pozzetto.
  • Pagina di un molino romagnolo (28 dicembre 2020) e Fine Dining Lovers (Claudia Concas, 1 marzo 2021), per la storia delle uova.
  • Siti di tradizione trentina (tra cui un contenuto sponsorizzato da un ristorante), per il Concilio di Trento.

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