Cazzilli palermitani, crocchette di patate fritte e dorate
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Cazzilli palermitani: origine, nome e storia

Il mito: cosa ci raccontano

Camminate nel mercato del Capo, a Palermo, a metà mattina, e fermatevi davanti a un banco di friggitoria. «Panelle e cazzilli?» vi chiede con la naturalezza con cui altrove si chiede «caffè o cappuccino?». Se domandate come si scrive, ve lo dirà lettera per lettera, senza abbassare la voce: è il forestiero, di solito, ad arrossire. Il nome è quello che pensate; la cosa, in compenso, è innocente: una crocchetta di patate con prezzemolo o mentuccia, sale e pepe, che a Palermo si mangia sola, nel cartoccio, o dentro il panino con le panelle.

La storia del piatto non ha bisogno di un autore. È antica: una pagina di Balarm del 2020 dice che panelle e crocchè stanno insieme «da tempo immemorabile», senza dare una data né un nome. È povera: la ricetta «originale» non vuole nemmeno la farina, e il formaggio, scrive un sito di cucina senza citare nessuno, manca perché costava troppo. È nuda: patate, sale, erba, olio. Il nome, per le poche fonti che lo spiegano, viene dalla forma allungata; nessuna dice di che cosa sia diminutivo, per pudore o per ovvietà.

Poi c’è la versione da conoscitore, detta con il dito alzato: la crocchetta sarebbe arrivata con i monzù, i cuochi francesi delle famiglie nobili, e il popolo, impadronitosene, l’avrebbe ribattezzata con la franchezza di chi non ha niente da perdere. È una bella storia di rivincita sociale: il piatto del padrone scende in strada e perde tutto, uova, formaggio, pangrattato, tranne la dignità. Nelle fonti che ho potuto aprire non la racconta nessuno, e per questo la tengo fra i miti, non fra i fatti.

Antico, povero, nudo: tre qualità, nessun certificato. Le due storie più comode spiegano il piatto con la biografia dei suoi proprietari e non con la fisica delle sue patate. La domanda di questo saggio è più terra terra: da quando esiste, chi lo friggeva e per chi?

L’archeologia: cosa c’era davvero

Si scava dal più recente, e conviene dirlo subito: il fondo non c’è. Il documento più antico di cui ho trovato notizia sulla famiglia delle crocchette è napoletano, del 1837, e non l’ho aperto.

Le ricette in disaccordo. Chi oggi spiega come si friggono i cazzilli si contraddice con grande sicurezza. Scatti di Gusto (7 marzo 2021) vuole l’olio fra 190 e 200 gradi, l’impasto a riposo in frigorifero almeno un paio d’ore, patate vecchie a pasta gialla e buccia scura oppure rosse; GialloZafferano non va oltre i 180 gradi e non indica riposi; Dissapore vuole patate rosse, farinose, non novelle. La «ricetta originale» non è un testo: è una disputa fra parametri. Concordano soltanto sull’assenza: niente uova, niente pangrattato.

La friggitoria. Il solo racconto con date è di Maria Oliveri, storica, su Balarm (7 dicembre 2025). Secondo lei le friggitorie sono diffuse già a fine Ottocento (Pitrè le avrebbe descritte nel 1893 sotto pseudonimo: da controllare); una fotografia di Aurelio Monteverde del 7 aprile 1907 mostra la «Nuova grande Friggitoria» di don Mariano Alessi, alla Vucciria; nel 1914 le friggitorie ufficiali erano dodici. I clienti erano operai, facchini, studenti e impiegati, che mangiavano in piedi; le crocchè alla mentuccia si vendevano fino agli anni Novanta, e Carlo Barbieri, nel romanzo L’autista, le chiama «cazzilli». Sono fonti di seconda mano, ma sono le uniche che attaccano il nome a un luogo e a un lavoro, e dicono ciò che il mito tace: il cazzillo che descrivono è cibo da banco, non da casa.

Il pane dei facchini. Il panino con le panelle è meglio attestato delle crocchè e fa da contesto: Oliveri, in un altro articolo su Balarm (2022), citando Fatima Giallombardo, lo descrive come cibo di strada degli uomini di fatica. Le crocchè restano al fianco, e nessuno dice da quando. L’unico scarto che una fonte nomina è della bottega: dagli avanzi di impasto nasce la rascatura, anch’essa fritta (Ambra Cusimano, Gazzetta del Gusto).

Napoli. Per le crocchette il testo più preciso è napoletano: Renato De Falco, sulla rivista dell’Accademia Italiana della Cucina (n. 136, 2003), distingue il panzarotto borghese, ripieno di uova, mozzarella e salumi, dalla crocchetta popolare di patate, senza ripieno, che a Napoli si chiama crocchè, e cita Cavalcanti (1837), Jaccarino (1876) e Caravaglios (1931), noti solo per suo tramite. Nessuno parla di Palermo o di cazzilli: mostrano che a Napoli la crocchetta era cibo di strada economico, non che lo fosse in Sicilia. Quanto al nome, BlogSicilia scrive che «sembra derivare» dal francese croquette: senza documenti.

La patata. Quando sia arrivata a Palermo e sia diventata cibo di tutti, le fonti aperte non lo dicono. C’è solo il quadro generale: secondo Marco Belpoliti (Doppiozero, 2017) la patata impiegò circa trecento anni, dopo tre tentativi falliti, per entrare stabilmente nell’alimentazione italiana. La patata siciliana con una storia scritta è la precoce di Giarre-Riposto: una novella, proprio quella che per i cazzilli le fonti escludono.

Il fondo. Nessun dizionario siciliano è stato aperto (Mortillaro, Traina, Piccitto: la prima cosa da consultare) e nessuna fonte ottocentesca scrive la parola. Il piatto può essere più recente di quanto dica il mito, o più antico. Finché non esce un documento, un nome senza data è soltanto un nome.

Quanto è solido quello che ti ho appena detto

  • Documentato: che oggi i cazzilli si vendano a Palermo come crocchette di patate con prezzemolo o mentuccia, sole o nel panino con le panelle; che l’unica spiegazione del nome offerta dalle fonti attuali sia la forma allungata; che le ricette in circolazione si contraddicano su olio, riposo e patata. Sono fatti sul presente: sulla storia, nulla di documentato.
  • Si dice: le friggitorie di fine Ottocento, la fotografia del 1907, le dodici friggitorie del 1914, la clientela di operai e facchini, il nome in Barbieri (tutto da Oliveri, e Pitrè solo per suo tramite); la rascatura (Cusimano); la crocchè napoletana distinta dal panzarotto (De Falco, 2003); l’origine francese del nome.
  • Si racconta: i monzù (nessuna fonte aperta lo dice); il piatto «da tempo immemorabile»; la ricetta originale senza farina; il formaggio assente perché costoso; la crocchetta nuda per ribellione e non per mancanza di uova; la patata come paga o salario (nessuna fonte).
  • Non lo sappiamo: quando compare per iscritto il nome e che cosa dicano i vocabolari siciliani; quando la patata sia arrivata a Palermo; se la crocchetta palermitana discenda dalla napoletana, dai monzù o da nessuno dei due; perché non abbia uova (costo, tecnica, abitudine); quanto costasse un cazzillo e quanto guadagnasse chi lo friggeva.

La filosofia: perché ci crediamo

Perché una cosa definita dall’assenza è facile da ricordare e impossibile da smentire. «Niente uova, niente farina, niente pangrattato» è una ricetta per divieto, e un divieto non lo smentisce nessun documento antico: lo smentisce soltanto un cuoco, quando aggiunge due cucchiai di farina perché i pezzi si aprono. GialloZafferano lo consiglia e lo confessa nello stesso paragrafo: l’originale non li prevede. La tradizione per sottrazione ha un vantaggio: chi aggiunge tradisce, chi toglie è fedele.

C’è poi la politica. Il piatto è «povero» perché ci serve povero, e la povertà, oggi, ha un prezzo di listino: sul sito di un operatore di tour, accanto alla scheda di panelle e crocchè, i percorsi a pagamento andavano da 39 a 170 euro al momento della lettura, e la classifica che mette le crocchè palermitane al venticinquesimo posto fra i piatti di patate d’Europa non l’ha scritta un facchino. È quella che Eric Hobsbawm e Terence Ranger, nel 1983, chiamarono invenzione della tradizione: un passato che non si può controllare, messo al servizio di un presente che sa che cosa vende. Anche il nome fa il suo lavoro: nessun ufficio marketing si sarebbe inventato un nome così, e proprio per questo ci fidiamo.

A chi ha studiato filosofia il cazzillo pone un problema d’identità. Se per tenere insieme la patata serve un po’ di farina, è ancora lo stesso piatto? Il friggitore, se la sua patata è quella giusta, risponde che la farina non serve: allora il piatto non è la ricetta, è la patata, e chi la sceglie sa una cosa che nessuna pagina riesce a scrivere. «Farinosa» è la stessa parola per patate diverse (Dissapore vuole la rossa, Scatti di Gusto anche la gialla con la buccia scura): chi ha ragione lo sa soltanto chi l’ha cotta.

Dalla teoria ai fornelli

La ricetta dei cazzilli, con le panelle e il panino, è già sul sito: Pane, panelle e cazzilli. Nel confronto con le fonti di questo saggio c’è una differenza da notare: quella scheda mette nell’impasto uova, pecorino e pangrattato, mentre le fonti citate descrivono i cazzilli di friggitoria senza uova e senza pangrattato.

La prova che propongo nel libro mette ordine fra i parametri in conflitto: la stessa purea, due riposi (due ore e una notte), due temperature dell’olio (175 e 190 gradi), cinque pezzi per combinazione; si contano i pezzi che si aprono e si calcola il costo di un pezzo, da confrontare con il prezzo di uno comprato in friggitoria.

Questo articolo fa parte di una ricerca sulle origini dei piatti simbolo della cucina italiana, che sarà pubblicata in futuro. Qui ne trovi una sintesi: i documenti, le fonti e i confronti completi saranno nella pubblicazione.

Fonti e bibliografia

Questa è una sintesi: l’apparato completo delle fonti sarà nella pubblicazione. Molte fonti le conosco attraverso altre fonti: dove è così, l’ho detto nel testo.

Letture di riferimento

  • Renato De Falco, «Panzarotti o crocchè?», L’Accademia n. 136 (2003), p. 67.
  • Maria Oliveri, articoli su Balarm del 6 ottobre 2022 e del 7 dicembre 2025.
  • Ambra Cusimano, Gazzetta del Gusto, ricetta delle panelle siciliane (2020, aggiornata 2023).
  • Mario Cateno Cavallaro, Le patate di Giarre, Giarre, 2025.
  • Marco Belpoliti, Doppiozero, 13 settembre 2017 (storia della patata).
  • Eric J. Hobsbawm e Terence Ranger (a cura di), L’invenzione della tradizione, 1983.
  • Da aprire e non ancora verificati: Giuseppe Pitrè, La vita in Palermo cento e più anni fa; Fatima Giallombardo, La tavola, l’altare, la strada; Mangano e Giannitrapani, Forme della cucina siciliana (2020).

Da dove vengono i fatti

Quasi tutto viene da articoli di giornali online, siti di cucina e dalla rivista dell’Accademia, lette in rete: fonti secondarie. Nessun vocabolario siciliano, nessun testo di Pitrè e nessun archivio sono stati aperti per questo saggio; Cavalcanti, Jaccarino, Caravaglios, Giallombardo e Pitrè li conosco soltanto attraverso chi li cita.

  • Balarm, Maria Oliveri, «C’era una volta la friggitoria palermitana» (7 dicembre 2025): friggitorie, clientela, Monteverde, Barbieri.
  • Scatti di Gusto, cazzilli palermitani (7 marzo 2021, aggiornato 29 dicembre 2022): olio, riposo, patata, forchetta, nome.
  • GialloZafferano, Cazzilli palermitani; Dissapore (21 maggio 2023); BlogSicilia (31 maggio 2021).
  • Balarm, pagine del 16 maggio 2020 (panelle e crocchè) e del 6 ottobre 2022 (panelle); Gazzetta del Gusto (Cusimano).
  • Sito di un operatore di tour (percorsi a pagamento) e Balarm sulla classifica TasteAtlas: fonti commerciali o di redazione.

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